Il viaggio su Marte (finto) si è concluso… quale l’esito?

mars500_equipaggioIl viaggio su Marte è finito e al 520mo giorno il portellone dell’astronave si è aperto e i sei volontari sono scesi a terra. Tutto simulato, naturalmente. Ma è già stata un’impresa, mai tentata prima d’ora. Nell’equipaggio c’è anche un italiano, Diego Urbina. Assieme al francese Romain Charles era stato selezionato dall’Agenzia spaziale europea Esa per condividere la lunga esperienza con tre volontari russi e un cinese. Diego, 27 anni, ingegnere al Politecnico di Torino, appena è uscito ha confidato: «Voglio abbracciare mia mamma», e la mamma lo attendeva assieme alla sorella e al fratello nel lungo salone che ospita la strana «astronave terrestre» all’Istituto dei problemi biomedici di Mosca. Qui gli scienziati russi hanno allestito un grande simulatore diviso in varie parti che riproducevano appunto un’astronave con la zona di lavoro e la zona di abitazione alla quale era stata aggiunta un’area in cui era riprodotto il suolo marziano. Infatti i 520 giorni iniziati il 3 giugno 2010 e trascorsi in piena segregazione riproducevano un viaggio verso il Pianeta Rosso. Così nel febbraio scorso sono usciti anche dalla loro astronave e rivestiti delle tute spaziali hanno anche simulato delle passeggiate sulle sabbie marziane. Poi hanno iniziato il viaggio di ritorno finito oggi.

Diciotto mesi simulati nello spazio

 

REAZIONI – Lo scopo di questa esperienza era di saggiare le reazioni dell’organismo e della mente dei sei volontari in una condizione simile a quella di un balzo verso il vicino pianeta, completamente isolati dalla Terra. Infatti anche quando comunicavano c’era un ritardo di 20 minuti proprio per riprodurre quanto accade nella realtà con le comunicazioni nel futuro viaggio. Da un punto di vista scientifico ciò che si voleva studiare riguardava appunto l’uomo e l’ambiente. Tra gli specialisti russi, cinesi ed europei che hanno condiviso la ricerca c’è il professor Francesco Canganella, microbiologo dell’Università della Tuscia a Viterbo e Giovanna Bianconi dello stesso Dipartimento. «Abbiamo condotto test per indagare e trovare rimedi – ci spiega Canganella da Mosca seguendo l’uscita dei volontari – alla contaminazione ambientale che si crea in un ambiente chiuso e abitato per cui sulle superfici si depositano dei biofilm composti da batteri e funghi che possono provocare danni e corrosioni. Un esperimento era finalizzato alla sperimentazione di sostanze in grado di inibire queste formazioni». «Il secondo esperimento -¬ continua Canganella – riguardava la salute umana analizzando la microflora intestinale e gli effetti della clausura sullo stato psicologico. Abbiamo analizzato di continuo campioni e somministrato sostanze di vario genere, compresi estratti vegetali, per stabilizzare lo stato psicofisico e rafforzare le condizioni del sistema immunitario che tende ad indebolirsi. In pratica abbiamo cercato di combattere lo stress che inevitabilmente si genera in quello stato di isolamento e da cui possono nascere stati depressivi. Nei prossimi mesi avremo molto da studiare per arrivare alle conclusioni”.

SCIENZIATI – Altri scienziati italiani sono coinvolti nell’operazione. Tra questi: Angela Maria Rizzo dell’Università di Milano, Felice Strollo dell’Inrca di Roma, Aldo Rota dell’Università di Bologna, Angelo Geminiani dell’Università di Pisa e Remo Bedini del Cnr: Diego Urbina ha raccontato di essersi trovato bene con i suoi compagni. Il momento più difficile sembra essere stato in giugno quando in una simulazione di cui l’equipaggio non era volutamente al corrente hanno tagliato l’energia elettrica e loro sono rimasti non solo al buio ma con tutti i sistemi bloccati. Reagirono bene calcolando quanto ossigeno rimaneva da respirare per sopravvivere. «E’ molto bello il giorno di oggi – ha detto Diego uscendo dal portellone dell’astronave terrestre – Abbiamo compiuto il viaggio spaziale più lungo sulla Terra perché l’umanità domani possa vedere l’alba su un pianeta lontano ma alla nostra portata. Come membro dell’Esa è stato un vero onore lavorare con cinque veri professionisti, persone amichevoli dall’incredibile resistenza mentale». Ma è stato difficile? «E’ l’esperienza che consiglierei ad ogni appassionato dello spazio». La ripeterebbe? «Non so se domani tornerei a farla; non lo so». E Jean Jacques Dordain direttore generale dell’Esa ha aggiunto con un sorriso promettente: «E’ solo l’inizio di una più grande, futura avventura».

 

Giovanni Caprara

Fonte: Corriere della Sera

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