Daily Archives: 12 luglio 2007

Aeroporto di Viterbo: la sicurezza è garantita

 Aeroporto di Viterbo: la sicurezza è garantita

Da tempo, il nostro Comitato si batte affinché il primo parametro valutativo nella scelta del terzo scalo laziale sia la sicurezza dei passeggeri. In linea con noi, anche lo stesso Comitato “8 ottobre per non dimenticare” composto da tutti i parenti delle vittime del disastro di Linate, che intervenuto in merito alla querelle in atto per la scelta dello scalo laziale auspicava: “che la scelta del sito sia dettata unicamente da motivazioni tecniche la cui fondamentale ispirazione deve essere la Sicurezza del Volo e la tutela del cittadino-utente, fruitore ma anche finanziatore, in ultima analisi, dell’opera”.

La vicinanza di un aeroporto comporta, difatti, la presa in considerazione del cosiddetto “rischio aeroporto”. Rischio i cui fattori più penalizzanti sono le condizioni meteorologiche avverse e la presenza di rilievi montagnosi in prossimità degli scali. Si pensi, tra le tante pagine tristi della nostra storia, al disastro di Punta Raisi e a quello di Linate. Rilievi montuosi e nebbia, sono state rispettivamente le cause principali dei due disastri aerei. In realtà, poi, può essere tutto ricondotto ad errori umani, ma di fatto, senza la presenza di ostacoli e condizioni meteo avverse tali catastrofi non sarebbero mai avvenute. Dagli studi effettuati dalla Boing , per quanto riguarda l’aviazione civile, si rileva che ben il 65% degli incidenti si verifica in fase di atterraggio, decollo e rullaggio, il 30% in fase di avvicinamento alla pista e solo il 5% in fase di crociera. Complessivamente, quindi, i momenti più ” a rischio” di tutto il volo sono rappresentati da fasi in cui i velivoli si trovano in stretta prossimità della pista o addirittura a terra, come nel caso dei disastri aerei di Tenerife e di Linate.

Sembrerebbe addirittura – vogliamo augurarci che non sia vero – che nel progetto che è stato presentato all’ENAC per la realizzazione dello scalo ciociaro, a causa di mancanza di spazi per ampliare la vecchia pista, sia stata violata la regola aurea nella costruzione degli aeroporti, che prevede l’orientamento dell’asse pista parallelamente alla direzione dei venti dominanti. Praticamente, se con la vecchia pista dell’Aeronautica Militare, i velivoli si staccavano dal suolo e scendevano a terra sempre con vento in prua, con la nuova pista in progetto, decollerebbero e atterrerebbero, sempre, con un’insidiosa e pericolosa componente di vento al traverso. Alla faccia della sicurezza!!

Pertanto, per prevenire gli incidenti, occorre necessariamente costruire aeroporti sicuri, in linea con le prescrizioni dell’ENAC e dell’ENAV, che nel caso che ci occupa, hanno già più volte ribadito il loro giudizio di inadeguatezza rispetto alle ipotesi aeroportuali a sud di Roma. Di conseguenza, appare di una gravita senza precedenti la presa di posizione di illustri politici romani che hanno anteposto altri criteri, facilmente ovviabili, al principio supremo della sicurezza. Nessuno, all’ENAC, si prenderà mai la bega di sottoscrivere la certificazione di una pista che assomiglia ad una bomba ad orologeria. Non vorremo mai più sentir dire nell’ambito dell’aviazione civile, frasi del tipo: qualcuno lo aveva detto. Ministro provi a chiedere a chi tanto si spende per alternative aeroportuali insostenibili se è disposto a firmare Lui per Lei. Le risponderà no grazie, il Ministro è Lei. In caso contrario, inviti i blasonati politici, a firmare una ad una – come si fa per le clausole vessatorie – le tredici voci riportate nella tabella riepilogativa acclusa al parere dell’ENAC, ove, Viterbo oltre che nella sicurezza primeggia su tutto. Domani a differenza, di quanto avvenuto in passato, sapremo che c’erano dei responsabili, e chi erano.

Cari politici, le condizioni meteo non si cambiano e le montagne non si spianano, le promessa di realizzare una ferrovia si mantiene. Ed è per questo che l’aeroporto si farà a Viterbo. con voi o senza di voi.

Il presidente del Comitato Aeroporto di Viterbo

Avv. Giovanni Bartoletti


Così si potrà vedere sempre più lontano

Più ci spingiamo lontano con gli strumenti più riusciamo a vedere la luce di eventi accaduti in epoche sempre più «antiche»


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Il telescopio spaziale Hubble
Da quando agli inizi del Seicento Galileo mostrava al doge veneziano dal campanile di San Marco le meraviglie del «guardar lontano» con il suo «tubo ottico» gli astronomi cercano di spingere il loro occhio sempre più in profondità nel cosmo. Perché così compiono un viaggio nel tempo riuscendo a scorgere ciò che succedeva in epoche remote. Ciò è possibile perché la luce avendo una velocità finita (300 mila chilometri al secondo) impiega del tempo ad arrivare sino a noi. Quindi più ci spingiamo lontano con gli strumenti più riusciamo a vedere la luce di eventi accaduti in epoche sempre più «antiche».

Per questo dall’inizio dell’era spaziale cinquant’anni fa si è cercato di portare nello spazio un telescopio il quale non soffrendo del filtro imposto dall’atmosfera terrestre poteva scrutare oltre i limiti terrestri. E dopo tanti sogni ciò accadeva con il telescopio spaziale Hubble nel 1990. Così negli anni successivi abbiamo scoperto mondi lontani prima neanche immaginati arrivando a cogliere un giovane universo quando aveva un’età intorno a 600 milioni di anni. Calcolando la distanza alla quale si era giunti si riusciva a risalire al tempo in cui gli oggetti esistevano. Ma arrivare a questo è ovviamente questione di mezzi.

Portare nello spazio telescopi più grandi diHubble era impossibile fino ad ora. Hubble è il massimo consentito dalla stiva dello shuttle che l’ha trasportato. Il successore James Webb Space telescope della Nasa, che sarà lanciato nel 2013 con un razzo europeo Ariane-5, arriverà a un diametro di sei metri adottando una tecnica nuova per lo specchio, che sarà formato da petali che si apriranno una volta giunto in orbita, nel punto stabilito. E così Webb vedrà ancora più lontano perché con lo specchio più grande e sistemato in una condizione termica di freddo naturale a 15 milioni di chilometri dalla Terra e con un grande schermo che lo proteggerà dal Sole riuscirà a raccogliere la radiazione infrarossa emessa anche dagli oggetti più deboli, molti dei quali saranno anche i più remoti mai visti.

Con un altro metodo, cioè con i satelliti tipo Cobe e W-Map sempre della Nasa, capaci di registrare le anomalie della radiazione di fondo lasciata dal Big Bang originale, si è riusciti a vedere le «impronte fossili» della formazione delle prime stelle quando l’universo aveva appena 400 milioni di anni.

C’è infine un’altra via che ci può regalare qualche immagine in profondità andando anche oltre i limiti permessi oggi dagli strumenti. Ha solo un confine stabilito dal caso e dalla fortuna, come è accaduto con la scoperta delle galassie più distanti avvistate dal Keck Observatory nelle Hawaii. Le grandi masse di oggetti presenti nel cosmo possono funzionare come «lenti gravitazionali» mettendo in evidenza astri più lontani, nascosti dietro di loro, la cui immagine viene ingrandita dall’effetto lente sprigionato dalla gravitazione della grande massa, proprio come fosse una lente d’ingrandimento ottica. In questo modo sono state scoperte galassie di 13,2 miliardi di anni fa perché ingrandite di una ventina di volte dall’ammasso galattico più vicino a noi il quale ha imbrigliato la loro luce magnificandola. Un bel risultato.
Giovanni Caprara

12 luglio 2007

Fonte: Corriere.it

Guerra ai clandestini delle stelle

Un mini-laboratorio della Nasa sniderà i microrganismi prima che colonizzino e devastino le astronavi. Sono loro il problema numero uno sulla Stazione Spaziale: contagiano l’equipaggio e mandano in tilt i computer

PIERO BIANUCCI
pixel Guerra ai clandestini delle stelle
 Guerra ai clandestini delle stelleMolti clandestini viaggiano a bordo della Stazione Spaziale Internazionale e chissà quanti cercheranno di scroccare un passaggio sull’astronave che, verso il 2030, porterà i primi astronauti su Marte. Almeno se ne stessero tranquilli, come i clandestini che un tempo si nascondevano nelle stive delle navi. Macché. Questi causano guasti alle navicelle spaziali, ne inquinano l’aria fino a renderla puzzolente, contagiano l’equipaggio. Stanarli e combatterli è difficile, perché sono invisibili e tutti noi ce li portiamo addosso a legioni. Sono batteri, protozoi, funghi microscopici, amebe e altri microrganismi.
Più che le difficoltà fisiche e psicologiche di una lunga permanenza nello spazio, più che le radiazioni cosmiche e la nausea da assenza di peso, sono queste minuscole creature il vero problema per chi vive in orbita o si prepara a viaggiare verso altri pianeti. Ma la Nasa ha pronta la soluzione. E’ un dispositivo con le dimensioni di un computer palmare e l’aspetto vecchiotto di una calcolatrice a transistor. I tecnici del Centro spaziale di Houston che lo hanno progettato ne parlano con una sigla sbrigativa: LOCAD-PTS, da «Lab on a Chip Application Development Portable Test System». In sostanza, un laboratorio tascabile per analisi di microbiologia capace di individuare 130 specie diverse di batteri tra i più comuni e di lanciare l’allarme prima che si moltiplichino.

La sterilizzazione
Le contaminazioni da microrganismi hanno ossessionato i tecnici dello spazio fin dall’esordio dell’astronautica. Sonde e robot inviati sulla Luna negli Anni 60 per preparare le missioni Apollo venivano accuratamente sterilizzati prima del lancio, e così si è fatto per tutti i robot scesi poi su Marte, Venere e altri corpi del sistema solare. Ma è con la stazione spaziale russa Mir che il problema si è manifestato in tutta la sua gravità.
Quando gli astronauti che dovevano dare il cambio ai loro colleghi uscivano dalle Sojuz ed entravano nella Mir, erano presi da conati di vomito tanta era la puzza dell’aria che si trovavano a respirare. Poi, si sa, ci si abitua, dopo un po’ certi odori si sentono di meno o addirittura non si percepiscono più. Ma quei miasmi segnalavano enormi colonie di batteri e funghi ben insediati nella stazione spaziale e l’organismo nel suo insieme non si adatta così bene come l’olfatto. Per questo dissenterie, coliche, malattie delle vie respiratorie e infezioni di vario tipo accompagnano quasi ogni giorno la vita degli astronauti.
Sono almeno 80 le malattie diverse che hanno colpito gli inquilini della Mir: eppure quando fu lanciata nel 1986 era sterile come una sala operatoria. A Ghennadi Strekalov, si infettò un piccolo graffio a una mano e il gonfiore gli impedì i movimenti per un mese. Coliche e dissenterie afflissero per mesi Anatolij Berezovoj, rischiando di far fallire la missione.
Il fatto è che, se è facile sterilizzare l’astronave, altrettanto non si può fare con l’equipaggio. Di solito noi pensiamo che il nostro corpo sia costituito essenzialmente da «nostre» cellule.

Mito da sfatare
Bene, è venuto il momento di abbandonare questa illusione. Un organismo umano è formato da circa 10 mila miliardi di cellule, ma ospita 100 mila miliardi di microbi unicellulari. Le «nostre» cellule sono una minoranza: per ognuna di esse, ne abbiamo addosso nove estranee.
Quattrocento specie di batteri abitano nel nostro intestino, una bella varietà, se pensiamo che sono 600 in tutto le specie di uccelli esistenti in Europa. Altri batteri colonizzano i denti e le mucose. La pelle è un autentico ecosistema microbico, con flore ben diverse a seconda che si tratti del dorso della mano, dal clima ventilato come in montagna, o del palmo, dove il clima è caldo-umido come ai Tropici, mentre sulla nostra fronte, nei pori delle ghiandole sebacee, prosperano milioni di acari commensali, i Demodex follicolorum. Insomma: non siamo individui ma popolose comunità. E si può discutere se siamo noi a usare miliardi di creature microscopiche o se sono loro a usare noi.
Ecco spiegato, dunque, come i clandestini si insinuano a bordo dei veicoli spaziali. Ma non basta. Dato che trovano un ambiente molto favorevole – temperatura sui 24-28 gradi e un’alta percentuale di umidità grazie al fiato e alla sudorazione degli astronauti – i microorganismi si riproducono a ritmo vertiginoso e, oltre a contagiare l’equipaggio, attaccano l’astronave stessa, incrostandone le pareti, rovinando i contatti elettrici e indebolendo le saldature, nicchie preferite dalle colonie batteriche, perché è difficile spolverarle e disinfettarle ogni giorno.
Nei sabotaggi li aiuta il fatto che il vapore, derivante da fiato, sudore e dispersioni di acqua dei servizi igienici, si aggrega in goccioline e in assenza di peso le goccioline ne attirano altre, fino a formare palline di liquido fluttuante con le dimensioni di acini d’uva. In queste gocce le analisi microbiologiche hanno trovato milioni di batteri, funghi, spore e persino amebe. Se poi una goccia d’acqua va a infilarsi in uno degli apparecchi elettronici che tappezzano Space Station e astronavi, facilmente causano un cortocircuito.

Le macchie grigie
Si spiegano così le decine di black-out subiti dalla Mir. Ma anche la Stazione Spaziale Internazionale, che è più giovane, tecnicamente evoluta, dotata di filtri e potenti sistemi di ventilazione, ha i suoi problemi. La parete dove gli astronauti appendono i loro indumenti a ganci che funzionano da attaccapanni è coperta da larghe macchie grigie: sono enormi popolazioni di microbi.
Gli inconvenienti da infezioni batteriche sono destinati ad aumentare, perché la Nasa, per risparmiare sul trasporto di acqua alla Stazione Spaziale, sta preparando un sistema di riciclaggio integrale: orina, sudore, scarichi delle docce e dello sciacquone. Per accurato che sia il filtraggio, sarà difficile avere acqua come quella che si usa adesso, proveniente – ricordiamolo – da Torino, e precisamente dalle sogenti del Pian della Mussa per gli astronauti americani e da un pozzo di Collegno per quelli russi. L’acquedotto torinese Smat quest’acqua la regala, ma portarla in orbita fa salire il prezzo a 50 mila dollari per litro. Neanche fosse Champagne. Possiamo capire i risparmi. Ma l’acqua riciclata non diventerà una coltura di batteri?

Fonte: La Stampa.it