Molti clandestini viaggiano a bordo della Stazione Spaziale Internazionale e chissà quanti cercheranno di scroccare un passaggio sull’astronave che, verso il 2030, porterà i primi astronauti su Marte. Almeno se ne stessero tranquilli, come i clandestini che un tempo si nascondevano nelle stive delle navi. Macché. Questi causano guasti alle navicelle spaziali, ne inquinano l’aria fino a renderla puzzolente, contagiano l’equipaggio. Stanarli e combatterli è difficile, perché sono invisibili e tutti noi ce li portiamo addosso a legioni. Sono batteri, protozoi, funghi microscopici, amebe e altri microrganismi. Più che le difficoltà fisiche e psicologiche di una lunga permanenza nello spazio, più che le radiazioni cosmiche e la nausea da assenza di peso, sono queste minuscole creature il vero problema per chi vive in orbita o si prepara a viaggiare verso altri pianeti. Ma la Nasa ha pronta la soluzione. E’ un dispositivo con le dimensioni di un computer palmare e l’aspetto vecchiotto di una calcolatrice a transistor. I tecnici del Centro spaziale di Houston che lo hanno progettato ne parlano con una sigla sbrigativa: LOCAD-PTS, da «Lab on a Chip Application Development Portable Test System». In sostanza, un laboratorio tascabile per analisi di microbiologia capace di individuare 130 specie diverse di batteri tra i più comuni e di lanciare l’allarme prima che si moltiplichino.
La sterilizzazione Le contaminazioni da microrganismi hanno ossessionato i tecnici dello spazio fin dall’esordio dell’astronautica. Sonde e robot inviati sulla Luna negli Anni 60 per preparare le missioni Apollo venivano accuratamente sterilizzati prima del lancio, e così si è fatto per tutti i robot scesi poi su Marte, Venere e altri corpi del sistema solare. Ma è con la stazione spaziale russa Mir che il problema si è manifestato in tutta la sua gravità. Quando gli astronauti che dovevano dare il cambio ai loro colleghi uscivano dalle Sojuz ed entravano nella Mir, erano presi da conati di vomito tanta era la puzza dell’aria che si trovavano a respirare. Poi, si sa, ci si abitua, dopo un po’ certi odori si sentono di meno o addirittura non si percepiscono più. Ma quei miasmi segnalavano enormi colonie di batteri e funghi ben insediati nella stazione spaziale e l’organismo nel suo insieme non si adatta così bene come l’olfatto. Per questo dissenterie, coliche, malattie delle vie respiratorie e infezioni di vario tipo accompagnano quasi ogni giorno la vita degli astronauti. Sono almeno 80 le malattie diverse che hanno colpito gli inquilini della Mir: eppure quando fu lanciata nel 1986 era sterile come una sala operatoria. A Ghennadi Strekalov, si infettò un piccolo graffio a una mano e il gonfiore gli impedì i movimenti per un mese. Coliche e dissenterie afflissero per mesi Anatolij Berezovoj, rischiando di far fallire la missione. Il fatto è che, se è facile sterilizzare l’astronave, altrettanto non si può fare con l’equipaggio. Di solito noi pensiamo che il nostro corpo sia costituito essenzialmente da «nostre» cellule.
Mito da sfatare Bene, è venuto il momento di abbandonare questa illusione. Un organismo umano è formato da circa 10 mila miliardi di cellule, ma ospita 100 mila miliardi di microbi unicellulari. Le «nostre» cellule sono una minoranza: per ognuna di esse, ne abbiamo addosso nove estranee. Quattrocento specie di batteri abitano nel nostro intestino, una bella varietà, se pensiamo che sono 600 in tutto le specie di uccelli esistenti in Europa. Altri batteri colonizzano i denti e le mucose. La pelle è un autentico ecosistema microbico, con flore ben diverse a seconda che si tratti del dorso della mano, dal clima ventilato come in montagna, o del palmo, dove il clima è caldo-umido come ai Tropici, mentre sulla nostra fronte, nei pori delle ghiandole sebacee, prosperano milioni di acari commensali, i Demodex follicolorum. Insomma: non siamo individui ma popolose comunità. E si può discutere se siamo noi a usare miliardi di creature microscopiche o se sono loro a usare noi. Ecco spiegato, dunque, come i clandestini si insinuano a bordo dei veicoli spaziali. Ma non basta. Dato che trovano un ambiente molto favorevole – temperatura sui 24-28 gradi e un’alta percentuale di umidità grazie al fiato e alla sudorazione degli astronauti – i microorganismi si riproducono a ritmo vertiginoso e, oltre a contagiare l’equipaggio, attaccano l’astronave stessa, incrostandone le pareti, rovinando i contatti elettrici e indebolendo le saldature, nicchie preferite dalle colonie batteriche, perché è difficile spolverarle e disinfettarle ogni giorno. Nei sabotaggi li aiuta il fatto che il vapore, derivante da fiato, sudore e dispersioni di acqua dei servizi igienici, si aggrega in goccioline e in assenza di peso le goccioline ne attirano altre, fino a formare palline di liquido fluttuante con le dimensioni di acini d’uva. In queste gocce le analisi microbiologiche hanno trovato milioni di batteri, funghi, spore e persino amebe. Se poi una goccia d’acqua va a infilarsi in uno degli apparecchi elettronici che tappezzano Space Station e astronavi, facilmente causano un cortocircuito.
Le macchie grigie Si spiegano così le decine di black-out subiti dalla Mir. Ma anche la Stazione Spaziale Internazionale, che è più giovane, tecnicamente evoluta, dotata di filtri e potenti sistemi di ventilazione, ha i suoi problemi. La parete dove gli astronauti appendono i loro indumenti a ganci che funzionano da attaccapanni è coperta da larghe macchie grigie: sono enormi popolazioni di microbi. Gli inconvenienti da infezioni batteriche sono destinati ad aumentare, perché la Nasa, per risparmiare sul trasporto di acqua alla Stazione Spaziale, sta preparando un sistema di riciclaggio integrale: orina, sudore, scarichi delle docce e dello sciacquone. Per accurato che sia il filtraggio, sarà difficile avere acqua come quella che si usa adesso, proveniente – ricordiamolo – da Torino, e precisamente dalle sogenti del Pian della Mussa per gli astronauti americani e da un pozzo di Collegno per quelli russi. L’acquedotto torinese Smat quest’acqua la regala, ma portarla in orbita fa salire il prezzo a 50 mila dollari per litro. Neanche fosse Champagne. Possiamo capire i risparmi. Ma l’acqua riciclata non diventerà una coltura di batteri?
Fonte: La Stampa.it |